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Il Blog di Angela Pesce Fassio

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Il mio Blog

Auguri!
24 dicembre 2013

Cari amici,
questa volta vi propongo due raccontini, invece del solito articolo. Mi è parso un modo carino per augurare a tutti voi un Natale pieno d’amore, calore e felicità, regali… ma soprattutto sereno. E che il Nuovo Anno sia foriero di belle cose e rinnovate speranze per il futuro.
Vi abbraccio tutti idealmente, virtualmente, ma con sincero affetto.
Angela


Arena
24 dicembre 2013

Giù nel fango e poi rotolando lungo il pendio, in mezzo alla boscaglia, fino al torrente per cercare di far perdere le proprie tracce. I segugi si potevano anche seminare, ma i robot cacciatori che dall’alto scandagliavano la zona costituivano una minaccia assai più letale. E fra non molto le batterie del dispositivo di dissimulazione si sarebbero scaricate rendendolo un facile bersaglio…
Doveva pensare a come procurarsene altre, ma aveva qualche difficoltà a ragionare mentre correva, saltava e rotolava per distanziare gli inseguitori. In una parola, mentre cercava di sopravvivere. A giudicare dall’accanimento con cui lo braccavano doveva essere l’unico ancora vivo, ma non lo sarebbe rimasto a lungo se non fosse riuscito a trovare un nascondiglio dove riposare almeno qualche ora e del cibo.
E dire che era venuto lì per divertirsi. Avrebbe dovuto essere un gioco, condito con appena un pizzico di pericolo per renderlo più eccitante, e il vincitore avrebbe avuto in premio una bella somma di denaro. Aveva trovato l’offerta sulla rete, naturalmente, insieme alle foto del luogo e alla descrizione del programma. Allettante quanto bastava per lasciarsi attirare nella trappola. Già, perché proprio di una trappola si trattava. Avrebbe dovuto fiutare la puzza della fregatura, invece di lasciarsi abbagliare dal miraggio dei soldi, manco a dirlo, come tutti gli altri fessi che avevano abboccato.
Su una cosa non avevano mentito: era davvero un gioco. Solo che a giocare erano loro, i tizi che avevano organizzato l’avventura al confini del mondo, e il divertimento consisteva nell’eliminare i concorrenti, trasformati in prede e costretti a fuggire, inseguiti e braccati dai cacciatori umani e dai cani, ma anche dai robot specializzati nello snidare coi sensori i disgraziati che si illudevano di potersi nascondere. Quando ne individuavano uno, lo bloccavano e inviavano un segnale, dopo di che il poveraccio poteva ritenersi spacciato. Se non veniva sbranato dai segugi, belve assetate di sangue, ci pensavano i cacciatori a ucciderlo, ed era sempre una lunga, straziante agonia, perché quelli provavano un sadico piacere nell’infliggere dolore. Durante le ultime notti, nella foresta, erano echeggiate grida spaventose. Grida umane e raccapriccianti che gli avevano procurato brividi d’orrore.
Lui no, lui non avrebbe fatto quella fine.
Tuttavia si rese conto che forse ne avrebbe fatta una peggiore quando nella sua corsa affannosa si trovò sull’orlo di un precipizio; un baratro profondo che terminava in un fiume vorticoso, irto di rocce come un porcospino. Si fermò appena in tempo, barcollando e agitando le braccia per non perdere l’equilibrio. Il versante opposto era troppo lontano per spiccare un balzo e non c’era traccia di un passaggio, almeno fin dove arrivava il suo sguardo. Aveva solo due possibilità: tuffarsi e sperare di cavarsela, oppure tornare indietro e cercare un punto di contatto fra i due versanti. Non aveva molto tempo per pensarci. Una manciata di minuti, forse…
Un improvviso fruscio lo allarmò. Afferrò il coltello e scattò verso la figura indistinta che si era materializzata fra la vegetazione. La gettò a terra con un ringhio e la inchiodò, ma un istante prima che le tagliasse la gola si accorse che era una ragazza e per la sorpresa si bloccò. Occhi sgranati e colmi di paura si fissarono nei suoi.
– Non sei un cacciatore – ansimò.
– No. E nemmeno tu – rispose rialzandosi e porgendole la mano. Lei si aggrappò per rimettersi in piedi. – Credevo di essere rimasto solo.
– Anch’io, ma sono contenta che non sia così. Mi chiamo Eva.
– Nicola, ma Nico andrà bene. – Le indicò la profonda spaccatura. – Sai come arrivare dall’altra parte?
– Non ce n’è bisogno – sorrise Eva. – Sei arrivato al capolinea, amico. Posa quel coltello e arrenditi.
– Tu… tu sei una di loro!
– No, ma ho promesso che ti avrei preso se mi avessero lasciata vivere. La mia vita in cambio della tua. – Avvicinò il comunicatore da polso alla bocca. – È qui. Venite a prenderlo.
Nico capì che non aveva scelta e con uno scatto improvviso si tuffò nel burrone. Meglio morire sfracellato sulle rocce che sbranato dai cani.

Continua…

 

Un bacio sotto il vischio!
24 dicembre 2013

Non vedevo Luca dai tempi del liceo, quando ero una ragazzina piuttosto insignificante, con l’apparecchio ai denti e piatta come una tavola. Lui, invece, era già un gran fico e stuoli di ragazze gli morivano dietro.
Inclusa la sottoscritta, che per le ragioni di cui sopra passava inosservata. Col tempo il mio aspetto era decisamente migliorato, ma Luca era scomparso dal mio orizzonte e non avevo più pensato a lui fino a quel giorno.
Si avvicinava il Natale e mia sorella Lidia decise di organizzare il tradizionale cenone della Vigilia nella sua casa di campagna. Ovviamente mi chiese di aiutarla. Lidia non è mai stata il tipo di sorella che si preoccupa di chiedere se hai già qualche altro impegno. Nel momento in cui decide di fare qualcosa e ritiene d’avere bisogno di te, dà per scontato che tu sia a sua disposizione. Perciò, malgrado i miei tentativi di farle capire che avevo altri programmi, non mi lasciò alternative. Con un sospiro esasperato infilai un po’ di cose in una borsa, salii in macchina e andai.
Conoscevo la strada. Non era certo la prima volta che mi recavo nell’eremo di mia sorella, ma nevicava e io ero irritata perché le avevo permesso di nuovo di intromettersi nelle mie faccende personali, così rimuginando fra me dimenticai di svoltare al bivio e proseguii. Mi accorsi d’aver sbagliato solo dopo svariati chilometri e capitai in un paesino. Per fortuna c’era un piccolo bar sulla piazzetta e domandai indicazioni. Di sprovveduti come me dovevano passarne parecchi e non ebbi difficoltà a ottenerle. Anzi, me ne fornirono tante e così diverse fra loro che mi confusero le idee. Una cosa però mi fu chiara: dovevo fare il giro del paese e tornare indietro.
Ripresi il mio viaggio, più avventuroso del previsto, e man mano che mi avvicinavo all’agognata meta in mezzo alla neve che ormai cadeva fitta il mio stato d’irritazione cresceva. Stava facendo buio quando abbordai la salita che conduceva alla casa, un vecchio casale ristrutturato, e nonostante le gomme da neve incontrai qualche difficoltà ad arrancare fino in cima al cocuzzolo dove una profusione di luminarie natalizie mi diedero l’impressione di trovarmi in un Luna Park.
Posteggiai la macchina sullo spiazzo e mi avviai all’ingresso. Venne ad aprirmi Lidia, che subito mi rimproverò per il ritardo e l’ansia che le avevo procurato. Non mi lasciò il tempo di spiegare e mi trascinò dentro. Mio cognato Alberto mi riservò un’accoglienza più calorosa e i bambini, ne contai alcuni più del numero di nipoti a cui ero abituata, mi circondarono strillando. Il mio sguardo disperato impietosì Alberto.
– Fate i bravi e andate di là a giocare – ordinò guadagnandosi la mia gratitudine. I marmocchi obbedirono e mi rilassai un poco. – I nostri amici sono arrivati ieri – si sentì in dovere di spiegarmi. – Lidia ha tanto insistito perché venissero a passare il Natale qui coi figli.
– Lo immagino – sospirai rassegnata.
– Ma cosa fai lì impalata? – chiese Lidia. – Porta di sopra la borsa e torna subito. Devi conoscere i nostri amici e aiutarmi a cucinare. Ah, sai chi ho invitato al cenone? – Non lo chiesi e aspettai con un leggero brivido che mi svelasse l’arcano, ma lei fece una pausa ad effetto e sorrise con aria sorniona. – Luca Rinaldi!
Sgranai gli occhi. – Luca chi? – chiesi, fingendo di non aver capito.
– Luca Rinaldi, il tuo vecchio compagno di liceo. Non dirmi che te lo sei dimenticato.
– Lo ricordo benissimo – replicai. – Ma cosa ci viene a fare qui? Credevo sarebbe stata una festa in famiglia.
– Ma certo che è una festa in famiglia, solo un po’ allargata. Sarà carino.
L’idea di “carino” di mia sorella non coincideva con la mia, ma ormai non c’era rimedio. Rivedere Luca era davvero l’ultima cosa che desideravo e mi venne il sospetto che Lidia l’avesse fatto apposta a invitarlo. Forse stava tramando qualcosa e io, qualunque cosa fosse, mi feci un puntiglio di mandarla a monte.
Più tardi, mentre eravamo ai fornelli, mi disse d’aver incontrato Luca al supermercato, tutto solo a fare la spesa, e dato che le aveva chiesto mie notizie le era parso gentile estendere l’invito anche a lui.
– Non è sposato – aggiunse con un sorriso denso di sottintesi. – E dovevi vedere come gli brillavano gli occhi parlando di te.
– Ma se neanche mi vedeva quando andavamo al liceo!
– Mi ha confidato d’aver sempre provato… simpatia per te.
– Certo – borbottai tagliuzzando rabbiosamente le patate. Avrei strozzato Lidia volentieri per quanto era bugiarda. Quell’assurdo incontro mi avrebbe rovinato il Natale.

Dopo una serie interminabile di partite a Monopoli con la banda assatanata di bambini e gli amici di Lidia e Alberto, arrivò il momento cruciale: la sera della Vigilia.
Avevamo cucinato gran parte della giornata ed ero quasi esausta, ma l’effetto della lunga tavola apparecchiata, dell’albero decorato e del caminetto acceso era piacevole. Lidia aveva disseminato rametti di vischio dappertutto e gongolava compiaciuta. I bambini strepitavano, impazienti di aprire i regali accatastati sotto l’albero, e noi adulti aspettavamo l’arrivo dell’ultimo ospite sorseggiando vino e assaporando l’atmosfera natalizia con un senso di intima gioia che, nel mio caso, si mescolava all’ansia. Indossavo un abito rosso e piuttosto aderente. Coi capelli raccolti e un filo di perle mi sentivo bella. Mi chiesi di sfuggita se Luca era cambiato. Probabilmente lo era, ma fino a che punto? Magari era stempiato, pensai con una sfumatura di divertimento.
Poi arrivò, accompagnato da una raggiante Lidia, e il mio cuore cominciò a dare allarmanti segnali. Avevo le palpitazioni come un’adolescente. Lui era ancora più affascinante e no, non era stempiato. Mi mancò il respiro quando incontrai i suoi occhi verdi, esattamente come mi accadeva al liceo, e la mano che strinse la sua era gelata come un ghiacciolo. La trattenne qualche istante e sorrise. Sorrisi di rimando e il suo sguardo si posò sui miei denti perfetti e bianchissimi.
– Sei bellissima, Selene – disse.
– Grazie. Anche tu non sei tanto male – risposi.
Lidia lo presentò agli altri, gli porse un bicchiere di vino e lo riportò da me.
– Avrete tante cose da dirvi, dopo tutti questi anni – dichiarò lasciandoci.
Le avevamo? Probabilmente sì, ma non ce le saremmo raccontate quella sera. Stavamo comunicando senza parlare, assaporando le sensazioni che il ritrovarci a distanza di molto tempo ci procurava. I nostri sguardi, i sorrisi che ci scambiavamo, le mani che si sfioravano mentre prendevamo dai vassoi le tartine, dicevano ciò che le nostre labbra tacevano. Eravamo come isolati in un mondo tutto nostro e quasi stentavo a credere che ciò accadesse veramente.
Lidia era assorbita dai compiti di padrona di casa, ma captavo le sue occhiate di sfuggita, la sua aria di approvazione. Stranamente non mi diede fastidio, anzi provai un inatteso sentimento di gratitudine nei suoi confronti.
– Sono contenta che tu sia qui – sospirai.
– Lo sono anch’io. Sai, ero tentato di non accettare l’invito, ma tua sorella sa essere molto persuasiva.
Scoppiai a ridere.
– Non lo dire a me!
– Mi piace il suono della tua risata. È musicale, armonioso…
Incontrai di nuovo i suoi occhi e mi sentii persa.
Lidia si affacciò sotto l’arcata che introduceva alla sala da pranzo e attirò la nostra attenzione battendo le mani.
– A tavola, ragazzi!
Fummo preceduti dai bambini e dagli altri, a cui ci accodammo. Appeso all’arcata un grande ramo di vischio e mentre ci passavamo sotto Luca gli gettò un’occhiata e fece qualcosa di assolutamente inaspettato: mi diede un bacio.
– Per buon augurio – sussurrò. – Buon Natale, Selene.
Le mie guance dovevano avere lo stesso colore del mio vestito e tutti ci stavano guardando. Non li volli deludere e sorrisi.
– Buon Natale anche a te, Luca.
Lo presi sottobraccio e insieme entrammo in sala da pranzo.
Adesso ero certa che sarebbe stato un bellissimo Natale. Forse il primo di una lunga serie.


A colpi di spada…
14 ottobre 2013

Lame d’acciaio, lame di luce, simboli di cavalieri di ogni tempo e universo.

Il sibilo di una spada estratta dal fodero echeggia nel silenzio della foresta… L’inizio dell’avventura.
Credo che niente come una spada scintillante che cattura la luce e risplende sia motivo di fascino e suggestione, evochi scenari grandiosi ed epiche imprese.
D’altronde la Storia, almeno fino pochi secoli fa, è stata foggiata a colpi di spada.
Fu con un portentoso fendente che Alessandro il Macedone recise il Nodo di Gordio e divenne l’artefice del proprio destino. Il suo gesto diventò il simbolo di coloro che affrontano i nodi gordiani della vita con tenacia e determinazione.
A colpi di spada, o meglio di gladio, Roma conquistò un impero e dominò, praticamente incontrastata, per circa un millennio.
La spada, quindi, fu simbolo di forza e di potere. L’arma per eccellenza nel combattimento corpo a corpo.
Tuttavia fu dopo la caduta dell’impero romano che la spada, da semplice arma di difesa e attacco, diventò qualcosa di diverso, qualcosa di più…
Doveva cambiare il modo di combattere e, soprattutto, doveva avvenire un cambiamento nel guerriero che impugnava la spada. Ciò fu reso possibile dalla creazione di un nuovo genere di cavalleria e di un nuovo tipo di cavaliere. Infatti non basta essere un guerriero a cavallo per essere un cavaliere.
I popoli delle steppe erano insuperabili nel combattimento a cavallo. In sella ai loro destrieri essi trascorrevano la maggior parte della vita; vi mangiavano e vi dormivano, oltre che combattere.
Fu per questa loro abitudine che coloro che li videro per la prima volta li scambiarono per centauri.
Tuttavia non erano cavalieri.
L’immagine del cavaliere venne portata sulla scena della Storia da goti, vandali, franchi e longobardi, popoli che come ausiliari avevano costituito la cavalleria dell’esercito romano, ma si trattava soltanto della figura e non ancora dell’idea del cavaliere.
Oltre a essere una temibile macchina da guerra, questo guerriero era tale in quanto legato e condizionato da rigide regole che non poteva infrangere senza incorrere nel disonore e nella vergogna. Questo guerriero che emerge dalle brume del passato è rozzo, violento, brutale. Vincolato da un paganesimo ormai crepuscolare e da una totale devozione al suo signore, colui al quale deve l’investitura delle armi, al punto da doverlo seguire fin nella tomba, qualora fosse caduto in battaglia.
Il cambiamento decisivo avviene nel momento in cui ha luogo la conversione al cristianesimo, che amplia e perfeziona il ruolo del guerriero a cavallo facendone un cavaliere attraverso forme di iniziazione che conferiscono al suo stato un accredito ideale oltre che istituzionale. Sono le regole che impone il rituale ecclesiastico ed è qui che il cavaliere cessa di essere strumento del signore e diviene strumento di un’idea. I valori a cui deve sottostare il cavaliere mutano in ragione di questa idea e di una fede luminosa, che vanno a sostituire la cieca fedeltà al signore. La fede in una causa che sfugge, proprio per la sua grandezza, ad ogni parametro terreno. Il cavaliere barbarico di un tempo, la cui ferocia è temperata dalla rivelazione evangelica, diventa milite della solidarietà e della speranza, sebbene sia condizionato dalla rigida ipoteca dell’investitura ecclesiastica.
Il Pontificale Romano non dà adito a dubbi in tal senso: la benedizione della spada del cavaliere deve essere impartita in modo che non danneggi ingiustamente alcuno e si faccia difensore di quanto vi è di giusto e di retto. Ancora più specifico il Pontificale di Sant’Alano di Magonza, nel quale è previsto che la benedizione venga impartita alla spada affinché essa si elevi a difesa delle chiese, delle vedove, degli orfani e di tutti i servi di Dio contro il flagello dei pagani.
La spada, ora, non è più semplicemente un’arma, ma è lo strumento per la difesa delle fede cristiana, e il cavaliere assurge al ruolo di braccio armato della Chiesa. L’alone mistico e iniziatico di cui è ammantato il cavaliere pone le basi della moderna società occidentale. Sono le spade dei paladini; la Durendal di Orlando, L’Altachiara di Olivieri, la Murgleis di Gano, a squarciare il sipario dei secoli oscuri e a rischiarare di luce sfolgorante il futuro dell’Occidente.
Brillano gli speroni e le armature, sventolano gli stendardi e le insegne, e fra il rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe avanzano le schiere dei cavalieri, eletti a difensori dei deboli e degli oppressi, pronti a serrarsi in ranghi compatti e a lanciarsi in battaglia, a giostrare nei tornei per il sorriso di una donzella, oppure a cavalcare, solitari, incontro a perigliose avventure.
È quest’ultima immagine, la più suggestiva, che ci hanno tramandato i poeti e i trovatori, che incontriamo in numerosi romanzi epici, a sfondo storico o decisamente fantastico. È l’avventura vissuta come “avvento e avvenimento”, il percorso iniziatico verso un superiore livello di conoscenza che il cavaliere potrà raggiungere attraverso prove e difficoltà. È l’avventura dello spirito che conduce alla crescita interiore. È il cammino di una ricerca, come quella del calice del sacro Graal intrapresa da Parsifal. Durante il corso di questo cammino il cavaliere dovrà confrontarsi con due ordini di Misteri che gli saranno a poco a poco rivelati. Ogni passo, ogni prova superata lo avvicina alla meta. Le prove fisiche, quelle connesse all’esercizio dell’azione e in cui deve dimostrare il proprio coraggio, riguardano i Piccoli Misteri, per svelare i quali basta l’investitura a cavaliere. I Grandi Misteri, invece, riguardano lo spirito e la pratica della contemplazione, la conoscenza superiore raggiungibile solo con un più elevato stato di coscienza. È l’ultimo passaggio iniziatico attraverso il quale si compie il destino del cavaliere: è il conseguimento della perfezione. Vi è un posto vuoto alla tavola di re Artù, alla sua destra, tenuto in serbo per quel cavaliere che eccellerà sopra tutti per doti spirituali, oltre che per il valore dimostrato sul campo.
È la perfezione, dunque, che ricerca il cavaliere.
Prode senza superbia, casto e devoto, incapace di proferire parole calunniose e di prestarvi orecchio, votato a compiere nobili imprese, non per conquistare glorie personali, ma per servire meglio Dio e il suo sovrano.
Parole che evocano quelle di San Bernardo, abate di Clairvaux, nel suo “Elogio alla Nuova Cavalleria”.
E per “nuova cavalleria” s’intende l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, più conosciuti come templari, il cui ruolo in Terrasanta nel periodo delle crociate fu di grande importanza, così grande che forse, senza di essi, il Regno Latino d’Oltremare sarebbe caduto molto prima.
Agli occhi di San Bernardo, e probabilmente nelle intenzioni di Ugo di Payns, il fondatore e primo gran maestro dell’ordine, i cavalieri dovevano incarnare e rappresentare i valori più puri ed elevati della cavalleria. Povertà, castità e obbedienza, erano i tre voti che dovevano pronunciare i cavalieri, che singolarmente non possedevano alcunché; né le armi, le vesti e i cavalli, che alla loro morte tornavano al Tempio. Cita la regola dell’ordine stilata da San Bernardo: “i templari non hanno nulla di proprio, nemmeno la volontà, poiché l’unica loro preoccupazione è di armare di fede lo spirito e di ferro il corpo”.
Poveri lo erano certamente, i primi templari a cui fu assegnata come sede una parte dei sotterranei dell’antico e in rovina tempio di Salomone dal re di Gerusalemme Baldovino. Poveri al punto, si dice, da cavalcare in coppia lo stesso cavallo, come mostra l’immagine riprodotta su uno dei sigilli dell’ordine. Ma come conciliare questa proclamata povertà con l’enorme ricchezza che venne accumulata dall’ordine col procedere degli anni e l’accrescersi della sua fama? È semplice se si pensa che le spese per il mantenimento delle truppe di stanza in Oltremare erano ingenti. I templari, come più tardi ospitalieri e teutonici, non andavano e venivano come gli altri cavalieri crociati. Quella che essi combattevano era una crociata permanente, in funzione del loro ruolo di difensori dei pellegrini e dei luoghi Santi, perciò necessitavano di un vero e proprio flusso continuo di denaro per finanziare il loro mantenimento. Piazzeforti, uomini, armamenti, cavalli e navi che facevano la spola fra l’Oltremare e l’Europa, richiedevano capitali considerevoli, che una oculata e attenta amministrazione accresceva al punto da renderli i primi finanziatori dei potentati europei, inclusi i sovrani. A quel tempo, se si voleva affidare a mani sicure il proprio denaro, lo si dava al Tempio, garante di ogni transazione d’affari e anche del trasferimento di grossi capitali da un paese all’altro.
Banchieri, dunque, oltre che temibili combattenti. Ma anche abili diplomatici e uomini dalla mentalità aperta, disposti al confronto e alla comprensione. Così radicati nella realtà orientale da intrecciare veri e propri scambi culturali con l’Islam, che pure combattevano. Perché, se è vero che i templari erano degli iniziati, non potevano ignorare l’esistenza di altri iniziati nelle file del nemico.
In Oltremare esistevano dei circoli iniziatici con i quali i templari entrarono in contatto; i sufi, per esempio, o i dervisci, ma in special modo gli ismailiti dello Shayk al Jabal, il leggendario Vecchio della Montagna, con i quali sussistevano particolari affinità filosofiche e organizzative nei quadri gerarchici.
Tuttavia, nonostante le affinità e gli stretti rapporti che derivavano da questi scambi culturali, i templari non furono mai indotti a cedimenti o compromessi sul campo di battaglia. La macchina da guerra del Tempio non venne mai meno al proprio ruolo, che imponeva a ciascun cavaliere una ferrea disciplina e una spietata fermezza di fronte al nemico.
Fino all’ultimo, finché anche l’estremo baluardo di San Giovanni d’Acri crollò sotto l’impeto dell’esercito musulmano e pose fine al Regno Latino d’Oltremare, i templari rimasero saldamente fedeli ai loro principi e si sacrificarono per fare in modo che le navi con a bordo civili, donne, vecchi e bambini avessero il tempo di salpare e portarli in salvo.
Era l’anno del Signore 1291.
Quello fu l’anno che non solo decretò la fine delle crociate, anche se in seguito si tentò senza successo di riconquistare la Terrasanta, ma segnò l’inizio del declino e della fine dei templari, a cui venne a mancare la principale ragion d’essere.
Appena undici anni dopo, nel 1307, Filippo il Bello, re di Francia indebitato con l’ordine deciso a risolvere la questione a modo suo, ne organizzò e decretò l’arresto. La cavalleria eletta, la cavalleria di Dio che si lanciava in battaglia al grido: “Non per la mia gloria, o Signore, ma per la Tua!”, conobbe il suo momento più tragico.
Tuttavia fu in quel momento che i templari uscirono dalla Storia per entrare, circonfusi di luce, nella leggenda e divenire immortali.
La loro fine così tragica e ingiusta segnò anche la fine di un’epoca. Già si avvertivano nell’aria i primi segnali dell’avvento di una nuova era, i fermenti che avrebbero portato al tramonto dell’età feudale e al sorgere del Rinascimento, ma il crepuscolo della cavalleria è ancora lontano e anche quando avverrà, dopo svariati mutamenti dovuti al progresso, lascerà un’impronta profonda e incancellabile, poiché i valori che essa esprime sono eterni. Il trascorrere dei secoli non li ha resi desueti, soltanto disattesi, ed è per questo che il bisogno di ritrovare questi valori è fortemente sentito nella società contemporanea, poiché nel loro insieme esprimono generosità e altruismo.
Il perdurare di questi ideali è dimostrato dal successo dei romanzi storici d’ambientazione medievale, dei romanzi fantasy, dove cavalieri, maghi e principesse combattono per il trionfo del Bene e in cui si ritrovano valori universali e intramontabili come la lealtà, l’amicizia, il coraggio e la generosità. “Il Signore degli Anelli” è senza dubbio l’esempio meglio riuscito e di successo di questo genere di narrativa, un capolavoro finora ineguagliato, sebbene imitato da molti autori.
Sono valori che ritroviamo anche nella fantascienza epico – avventurosa della Saga di Guerre Stellari, dove i cavalieri Jedi non sono soltanto difensori del bene, ma anche degli iniziati e rifiutano le armi convenzionali per servirsi di spade tecnologicamente avanzate, ma pur sempre spade. È la spada, simbolo del cavaliere che fa la differenza, che segna il confine fra coloro che sono iniziati ai Misteri e coloro che non lo sono. E sebbene anche il Lato Oscuro sia un percorso iniziatico seguito dai Signori di Sith, esso è finalizzato al conseguimento del potere fine a se stesso e persegue la causa del male. Il cavaliere Jedi preferisce morire piuttosto che lasciarsi sedurre dal Lato Oscuro, così come il cavaliere del medioevo preferiva la morte che venire meno ai propri principi.
Alcuni versi di Alfred Tennyson, tratti dal poema “Gli Idilli del Re”, evocano in modo struggente il profondo significato della cavalleria.
Artù, morente, pronuncia queste parole:
“Quando i romani ci lasciarono e la loro legge allentò su di noi le sue redini, e le vie erano piene di rapine, qua e là un’azione di valore raddrizzava un torto casuale. Ma io fui il primo. Io fui il primo di tutti i re a riunire cavalieri erranti di questo e d’altri regni. Fui il loro capo in quel bell’Ordine della Tavola Rotonda, gloriosa compagnia, stupendo inizio di un’epoca nuova. Feci loro porre la mano nella mia e giurare di onorare il re, come se egli fosse la loro coscienza, e la loro coscienza come fosse il re, di cavalcare fuori dalla patria riparando gli umani torti, di non dire calunnia e di non prestarvi orecchio, di condurre dolce vita nella più pura castità, di amare soltanto una fanciulla e unirsi a lei, meritando il suo amore attraverso nobili imprese, fino a conquistarla. Perché io non conobbi sotto il cielo maestro più accorto di quanto sia il sentimento amoroso per una fanciulla, capace non soltanto di temperare nell’animo il suo orgoglio, ma d’insegnargli alti pensieri e amabili parole e cortesia e desiderio di gloria e amore per la verità, e tutto quello che fa di un uomo un uomo.“


Novità estive…
22 agosto 2012

Sono passati tre mesi.
È scoppiata l’estate e ho lavorato moltissimo, sognando vacanze in luoghi esotici e lontani, con acque azzurre e trasparenti, palme smosse dal vento… Per fortuna posso viaggiare con la fantasia e a costo zero. Sempre che non si inventino una tassa anche per quella! Settembre sembrava lontano e invece… eccolo là, che si profila all’orizzonte.
Ormai ci siamo.
Come qualcuno avrà già visto sulla mia pagina professionale di Facebook, l’uscita del mio nuovo romance è imminente. Una cover che parla di seduzione, come quelle a cui Harlequin ci ha abituato. Un titolo evocativo: Il cerchio del destino. Una storia d’amore appassionante, selvaggia come lo scenario in cui è ambientata: la Scozia del XVIII secolo.
Una confessione: mi piacerebbe che avesse un seguito, anche se per ora si tratta soltanto di un’idea molto vaga. In embrione.
Per il momento gustatevi Il cerchio del destino.
Il futuro è aperto a tutte le possibilità!


Libri e dintorni (seconda parte)

18 maggio 2012

La giornata è grigia e fredda. Praticamente perfetta per restare a casa e scrivere ma, prima di iniziare a lavorare al nuovo romanzo, voglio dedicare un po’ di tempo ad aggiornare il blog del mio sito.
Contrariamente al solito non è passato troppo tempo dall’ultima volta, quando ho parlato dei romanzi che ho riscoperto con grande piacere. Oggi, invece, vorrei parlare anche dei miei libri, il cui elenco finalmente completo è stato inserito nel sito. Sono tanti e raccontano la storia della mia carriera a partire dagli esordi. Mi hanno accompagnata nel cammino della mia vita e, in certo qual modo, ne rappresentano varie fasi. Segnano momenti importanti, felici e anche tristi. Momenti d’intensa attività creativa in cui lavoravo fino a tarda sera, spesso fino a tarda notte, spronata dall’entusiasmo e da una capacità di resistere al dispendio di energie che ciò comportava come adesso non riuscirei più a fare. Come non mi riesce più di fare malgrado abbia conservato l’entusiasmo di allora, perché non sarei capace di vivere senza raccontare storie. Ho soltanto rallentato il ritmo.
L’anno scorso ho svelato gli altri due pseudonimi, ma ho il sentore che non saranno gli ultimi che dovrò adottare. In un cantuccio del mio cuore, però, serbo la speranza di poter presentare un libro col mio nome. Magari in un futuro non troppo lontano. E, già che sono in vena di rivelazioni, vi confido che ho deciso di smettere, almeno per un po’, di scrivere Romance. Non mi sono disamorata di questo genere in quanto tale, ma degli schemi troppo rigidi che a volte impone, perciò ho bisogno di prendermi una pausa di riflessione. Ancora non so quanto sarà lunga, ma certo abbastanza da consentirmi di dedicare spazio ad altre storie. Le due o tre che ho cominciato e che aspettano di essere riprese dal punto in cui sono state interrotte. Non è mai facile riprendere un racconto dopo averlo messo da parte. Occorre ripartire dall’inizio per rientrare nell’atmosfera e calarsi di nuovo in quella dimensione, riallacciare i rapporti con i personaggi… Insomma, abbandonare anche solo per qualche mese un romanzo non è saggio. Lo dico per esperienza.
Infatti mi sono ripromessa di finire il romanzo che ho cominciato a scrivere da un paio di mesi. Non bisogna essere dispersivi se si vuole raggiungere l’obiettivo prefissato.
Mi sembra d’aver parlato anche troppo di me e credo sia arrivato il momento di cambiare argomento. Ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore perché mi appassiona da tanti anni ed è spesso materia di discussione in programmi televisivi di tipo culturale e, per dirlo con una frase molto abusata, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro.
Mi riferisco ai templari, cioè all’ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Gerusalemme, su cui si continuano a dire e scrivere montagne di sciocchezze, menzogne spacciate per verità storiche. Mi rendo conto che la fine ingloriosa dei templari a causa delle accuse di eresia, e non solo, abbia alimentato la fantasia della gente e dato il via alle congetture più inverosimili, ma che cosiddetti studiosi non si prendano il disturbo di verificare ciò che affermano, considerato che esistono fonti più che attendibili, è segno di superficialità e mancanza di rispetto nei confronti di coloro che li ascoltano o ne leggono i libri, i quali si fanno un’idea assolutamente sbagliata di ciò che erano e rappresentavano i templari.
Non voglio discutere delle colpe, vere o presunte, di cui l’ordine del Tempio si sarebbe macchiato. Erano uomini e, in quanto tali, soggetti a commettere sbagli. Neanche mi prefiggo di tenere una lezione sulla storia delle crociate che li ha visti protagonisti di primissimo piano, vuoi per brillanti successi in imprese militari, vuoi per brucianti sconfitte, o ancora per essere scesi a compromessi che hanno contribuito a creare intorno ad essi una luce fosca, quando non addirittura ambigua.
Desidero semplicemente chiarire almeno un paio degli equivoci più frequenti in cui, persone che fanno sfoggio di conoscenza, cadono e tradiscono le loro lacunose informazioni al riguardo, non soltanto in merito ai templari, ma anche sulla storia dei Regni Latini d’Oltremare, che iniziò nel 1099 con la conquista di Gerusalemme, da parte di Goffredo di Buglione, e si concluse nella tarda primavera del 1291 con la caduta di San Giovanni d’Acri ad opera del sultano Al-Ashraf, che riuscì a impadronirsi della città portuale nonostante la coraggiosa e strenua difesa degli ordini militari: templari, ospitalieri e teutonici, che non esitarono a sacrificarsi per mettere in salvo la popolazione.
Però bisogna fare qualche passo indietro, poiché il declino dei regni d’Oltremare iniziò con l’ascesa al potere di Salah-ad-Din, più conosciuto come Saladino, intorno al 1181. Il sogno di questo condottiero, sultano di Damasco, era di riconquistare tutti i territori sotto il dominio cristiano e, fin dagli albori del proprio regno, si dedicò con grande determinazione alla realizzazione del suo ambizioso progetto. Per attuarlo dovette innanzi tutto porre fine alle divisioni interne e creare un fronte compatto capace di affrontare una guerra sicuramente lunga e dispendiosa.
In un’alternanza di battaglie, vittorie e sconfitte, tregue e trattati di pace violati, con un lento e inarrestabile indebolimento delle forze cristiane, minate da dissidi e giochi di potere, che culminò con la morte del giovane re di Gerusalemme Baldovino IV, stremato dalla lotta contro la lebbra che si era protratta per anni, e il conseguente vuoto di potere che venne a crearsi, Saladino comprese che era il momento giusto per sferrare un’offensiva ad ampio raggio.
Dopo aver conquistato piazzeforti e città, Saladino si accinse ad attaccare Gerusalemme e assunse personalmente il comando dell’armata.
In seguito alla morte di Baldovino IV era stato designato a succedergli un bambino di nove anni che portava il suo stesso nome. L’erede era figlio della principessa Sibilla, sorella del re lebbroso, ma si ammalò e morì anche lui, lasciando di nuovo il trono vacante in una situazione di grave pericolo. La minaccia, tuttavia, non interruppe gli intrighi. Anzi, aprì la strada della successione al marito di Sibilla, un avventuriero ambizioso e senza scrupoli, che riuscì a farsi incoronare malgrado l’opposizione di numerosi baroni. Costui si chiamava Guido da Lusignano, vanaglorioso e pavido, sensibile alle lusinghe e del tutto incapace di fronteggiare le circostanze con l’energia che avrebbero richiesto.
Le conseguenze del comportamento poco avveduto di Guido furono disastrose.
Occorre dire che non fu soltanto colpa sua. I fattori che contribuirono alla disfatta subita dall’esercito cristiano ai Corni di Hattin il 4 luglio 1187 furono molteplici e gran parte della responsabilità deve essere distribuita anche su coloro che l’avevano mal consigliato. E, fra questi, c’era il Gran Maestro dei templari Gerardo di Ridfort, succeduto ad Arnoldo di Toroga senza alcun merito se non quello di essere un abile intrigante. Un pessimo soggetto, purtroppo, in un momento in cui ci sarebbe stato bisogno di grandi uomini. Ma l’epoca di Goffredo di Buglione era ormai finita e la Terra Santa pullulava di avventurieri che si preoccupavano più del proprio tornaconto che delle sorti del regno.
La sconfitta dell’esercito cristiano ad Hattin aprì la strada di Gerusalemme a Saladino, che si accampò davanti alle mura il 20 settembre. Quel giorno ebbe inizio l’assedio che si concluse con la resa della Città Santa un mese dopo, quando il sultano vi entrò da trionfatore. Gli si deve riconoscere il merito d’aver trattato con clemenza e generosità la popolazione, dimostrando di essere davvero un grande uomo, oltre che un grande condottiero.
La perdita di Gerusalemme precipitò nella costernazione l’Europa intera, che si sentì investita del compito di riconquistarla. Con la terza crociata, approdò in Oltremare Riccardo Cuor di Leone… Ma questa è un’altra storia.
E i templari?
L’ordine era ancora forte e potente, sia sotto l’aspetto militare che economico, ma fu considerato il maggior responsabile della caduta di Gerusalemme e la sua immagine cominciò ad essere offuscata. Non era più invincibile e, forse, i suoi ideali non erano così puri. Già si vociferava di trattative segrete da parte delle alte gerarchie con la famigerata setta degli Assassini, di rituali misteriosi e giuramenti blasfemi. Nondimeno, fra bagliori sempre più tenui e ombre sempre più fitte, i templari continuarono a difendere i luoghi santi con indomito valore e ad essere temuti dai nemici. D’altronde, un ordine che si fregiava di uno stendardo bianco e nero detto Baussant che ne simboleggiava il dualismo, cioè l’essere monaci e guerrieri, non poteva che intrinsecamente avere due valenze: luce e tenebra. ( Baussant è una contrazione delle parole vau cent: valgo cento, e voleva significare che uno solo di loro valeva per cento nemici. )
Dunque, tornando al 1291, fu la battaglia di Acri l’ultima combattuta dai templari, non la battaglia di Hattin, come sostiene qualcuno, e tanto meno lo scontro avvenuto sulla sponda del fiume Giordano, come affermano altri, che fu solo un combattimento, per quanto cruento, che non ebbe alcuna influenza sul declino dell’ordine, il quale continuò a esistere fino all’ottobre 1307, anno in cui re Filippo il Bello di Francia ordinò l’arresto dei suoi membri. Lo scioglimento dell’ordine del Tempio avvenne nel 1312 ad opera di papa Clemente V.
Vorrei concludere con la trascrizione di un brano tratto dal romanzo a cui sto lavorando. Le riflessioni riportate sono di Giacomo di Molay, ultimo Gran Maestro del Tempio, dopo l’arresto e le torture preliminari per costringerlo a confessare.

“Stordito dal prolungato supplizio, il templare scivolò in uno stato di delirante dormiveglia affollato d’immagini e visioni, ricordi che chissà come riemergevano dai recessi della sua coscienza, echeggianti di nenie orientali e spade turbinanti, di polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli lanciati al galoppo, di nitriti e stendardi che schioccavano al vento.
Un tempo c’era stato un sogno chiamato Terra Santa. Un sogno vagheggiato, accarezzato, sospirato e infinitamente fragile. Un sogno che pur nel fragore delle armi e nel rombo tonante dei bastioni atterrati, nel furore della mischia e nel crepitare degli incendi, era stato di una bellezza celestiale, ultraterrena, risonante di canti soavi e angelici.
Aveva cavalcato sotto il sole ardente e il respiro caldo del deserto, ammantato dalla purezza dei suoi intenti e dal candore del mantello, rifulgente d’armi e d’orgoglio. Si era cibato dei dolci frutti offerti dalle oasi, aveva ammirato, nelle lunghe notti di veglia, il cielo immenso, risplendente di astri. Si era smarrito lungo piste polverose segnate dal passaggio delle carovane e degli anacoreti, dissetato alle fonti e riposato all’ombra degli ulivi.
E l’amore che aveva destato in lui quella terra intrisa di misticismo e magia albergava ancora nel suo animo ferito da troppe delusioni, fallimenti e inganni nella cui ragnatela era rimasto invischiato. Si cullava nel ricordo imperituro di una grandezza ormai perduta, di ideali traditi e calpestati, aggrappandosi come un naufrago che sta per annegare agli ultimi brandelli rimasti dell’onore.
Annegava in un mare di sofferenza al pensiero dell’abisso nel quale precipitava e da cui non sarebbe più riemerso. E le colpe, vere o presunte di cui lo si accusava, avrebbero trascinato tutto il Tempio all’inferno, cancellandone la gloria per sempre.
Sognava un cielo di lapislazzuli che non avrebbe mai più visto, il bagliore del mattino e l’incandescenza dei tramonti che tingeva di rosa le bianche mura delle città.
E, in lui, il sogno che era stato la Terra Santa non si era mai infranto sotto i colpi dei mangani e delle catapulte.”


Libri e dintorni

20 marzo 2012

Ci sono ricaduta, lo so.
Però, se non altro, il sito è stato aggiornato e spero che abbia fatto passare inosservata, o quasi, la mia latitanza.
A che serve avere un blog se poi ci scrivi un paio di volte l’anno, che tutto vada bene? Mi direte.
Beh, amici, avessi solo questo di cui occuparmi… Ma non voglio tediarvi con le solite manfrine. Voglio parlarvi di libri. I miei, quelli che finora non erano elencati nel sito perché scritti sotto pseudonimo straniero. Di altri, più in generale. Ma soprattutto di un bellissimo romanzo che ho riscoperto di recente. Capita, ogni tanto, di chiudere un libro che mi è piaciuto da morire con l’intenzione di rileggerlo, magari più avanti. Qualcuno mi ha trasmesso sensazioni così forti che lascio passare pochissimo tempo prima di rileggerlo. Per alcuni ne trascorre di più, ma solo perché ci sono storie nuove che richiamano la mia attenzione. Mi attraggono come il canto delle sirene.
Il romanzo in questione s’intitola: “Padiglioni Lontani” e l’autrice è M.M. Kaye. Una signora inglese che ha condotto un’esistenza avventurosa almeno quanto quella dei protagonisti della storia da lei scritta. Una vicenda straordinaria, appassionante, indimenticabile.
Più volte mi ero ripromessa di rileggerlo. Ne ricordavo con nostalgia certi passaggi particolarmente suggestivi… Ma sempre per qualche motivo non ci riuscivo. E poi ho scoperto che il libro in questione era scomparso… Un dramma, potete ben immaginarlo. Inutile ogni ricerca. E questo tarlo nella mente che non mi dava tregua. Ho continuato a pensare al libro e a rimpiangerne la perdita per giorni, settimane… Poi, un mattino, gironzolando al mercato come capita spesso, vedo una bancarella di libri usati. Mi avvicino e che ti vedo esposto in prima fila? Ma sì, proprio il libro perduto! Detto, fatto. Non si può ignorare un segno del destino. Lo compro e me lo porto a casa trionfante, impaziente di cominciare a leggerlo. Così, ho messo da parte gli altri ( sì, ne leggo anche due o tre alla volta) per dedicare tutta la mia attenzione al romanzo che mi aveva fatto sognare e che, giunta ormai alla trecentesima pagina, mi fa sognare tuttora. È molto lungo. Sono poco meno di novecento pagine, ma se vi piacciono le storie ad ampio respiro come “Via col Vento”, o “Shogun”, oppure ancora “Uccelli di Rovo”, anche questo vi catturerà, imprigionandovi nella sua rete di magia. E allora respirerete i profumi dell’India, le intense fragranze di una terra ricca di fascino, sarete trasportati sulle più alte vette dell’Himalaya e nei fastosi palazzi dei Maharaja, nelle aride, polverose pianure, nelle giungle e sulle rive dei grandi fiumi. Ammirerete, attraverso le parole dell’autrice, paesaggi fiabeschi e colori rutilanti, conoscerete usanze e una pletora di nomi strani, curiosi, spesso impronunciabili. Sarà un viaggio che desidererete con abbia mai fine. E sarete coinvolti in una grande storia d’amore fra una principessa indù e un giovane ufficiale inglese. Romantico, vero?
Lo consiglio, ammesso che abbiate la fortuna di trovarlo com’è capitato a me. E se per caso qualcuno lo conosce e ne vuole parlare… mi farà un gran piacere. Ormai è raro riuscire a leggere romanzi di standard così elevato. È così straordinariamente bello che riesce a far sembrare insulse tutte le altre storie. Con qualche eccezione. Poche, però, almeno per una lettrice o un lettore esigente.
Un altro romanzo stupendo è di Ken Follett: “I Pilastri della Terra”.
Pure questo rivisitato recentemente e ulteriormente apprezzato. Non solo perché sono appassionata di Medioevo e amo l’atmosfera di quel periodo storico, ma perché l’autore riesce a trasmettere con maestria le emozioni e i sentimenti dei protagonisti, a far rivivere la quotidianità e l’asprezza della vita di gente comune che si confronta coi potenti, ma anche le sublimi aspirazioni di un umile maestro d’opera che sogna di costruire una cattedrale così grande e bella che celebri degnamente la gloria di Dio. Anche qui ritroviamo una storia d’amore tra due giovani, ma la struttura portante dell’intero romanzo è la passione di Tom, il costruttore. Una passione terrena e tuttavia capace di trascendere la materia per lanciarsi verso il cielo e trasformare le guglie di una cattedrale in un tramite col divino.
Prima ho citato “Via col Vento”, che annovero tra i miei preferiti, e anche l’intramontabile “Uccelli di Rovo”, della cui autrice ho praticamente letto tutto, inclusi i romanzi del ciclo dedicato alla Roma di Giulio Cesare. Ma per “Shogun”, di James Clavell, ho una predilezione particolare.
In questo romanzo, ambientato nel Giappone del XVII secolo, fra samurai, ninja, lotte e intrighi di potere, si innesta la vicenda di Blackthorne, pilota di una nave olandese naufragata sulle coste giapponesi, nel contesto di una trama complessa, ricca di personaggi e colpi di scena. Di forti contrasti tra il raffinato e tuttavia crudele mondo dei potenti feudatari, gelosamente conservatori, e gli europei, preti gesuiti venuti a evangelizzare, pirati attratti da mirabolanti ricchezze, rozzi capitani e avide ciurme.
A quel tempo le rotte della navigazione erano ancora piuttosto imprecise. Poteva accadere di trovarsi in Giappone, invece che in Cina, e perciò grande importanza rivestivano i portolani, libri su cui venivano trascritte le rotte da seguire, e i piloti, che ne conoscevano i segreti. Blackthorne si rivelerà, attraverso lo sviluppo della storia, una pedina fondamentale per gli ambiziosi progetti dello Shogun, che mira a creare una flotta capace di competere con le navi occidentali per sviluppare un commercio indipendente, ma che sia anche una forza d’invasione.
Per Blackthorne, quel mondo è dapprima incomprensibile ma, col tempo, il contatto con una società complessa e densa di sfumature che conosce profondamente l’animo umano, provocherà in lui un radicale cambiamento. E l’amore della bellissima Mariko lo legherà per sempre.
Adoro questo romanzo, e non ho difficoltà ad ammettere di averne tratto ispirazione per “Mikado”, scritto ormai parecchi anni fa. Mi piacerebbe scriverne un altro, perché il Giappone feudale del periodo Tokugawa esercita un grande fascino sulla mia immaginazione. Rientra nei miei progetti futuri, sempre che il tempo tiranno mi conceda di realizzarlo.
Ma adesso torniamo in Europa per parlare di un classico: “Il Ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde. Letto la prima volta molti anni fa e riscoperto quest’inverno. È un capolavoro, senza dubbio. L’apoteosi della bellezza. La civiltà dell’immagine così incredibilmente moderna, oggi che si è protesi in una ricerca estenuante di perfezione fisica. Una ricerca che nasconde le insidie della superficialità, dell’apparire piuttosto che dell’essere, che rende schiavi di un sortilegio narcisistico che porta alla perdizione.
Dorian Gray rappresenta in modo straordinario il desiderio di ciascuno di noi di incarnarsi nell’ideale della bellezza incontaminata dal trascorrere del tempo. È il suo ritratto che invecchia e si corrompe, rivelando le turpitudini del suo animo, la malvagità delle sue azioni. Egli passa indenne attraverso gli anni, i delitti, i vizi, e le persone che frequenta non credono alle voci inquietanti che circolano su di lui, alla fama sinistra che gli aleggia intorno, perché quel viso eternamente giovane, bello e puro non può appartenere ad un essere diabolico. Ecco l’inganno di cui Dorian è prigioniero. Il prodigio malsano che lo incatena e lo trascina in un vortice di follia da cui potrà affrancarsi solo con la morte.
E qui concludo, perché ogni ulteriore aggiunta sarebbe un’appendice inutile.
A presto.
( Dei miei libri vi parlerò un’altra volta.)


Libri e rivelazioni

20 giugno 2011

Sono due anni che non scrivo. Non ci posso credere!
Eppure è così e devo prender atto di quanto ho trascurato di comunicare qualcosa di nuovo ai visitatori del mio sito, il quale avevo promesso sarebbe stato rinnovato. Promessa che finora non sono riuscita a mantenere.
Mea culpa.
Dunque, bando alle scuse per giustificare la mia latitanza davvero troppo lunga, e avanti con le notizie.
Di recente ho rivelato pubblicamente che Alexandra J. Forrest… c’est moi.
La “confessione” è avvenuta nell’ambito della Pinkermesse organizzata da Harlequin Mondadori per celebrare il 30° Anniversario, che ha avuto luogo a Milano il 21 maggio scorso.
Benché aleggiassero sospetti e da tempo si facessero congetture, credo sia stata comunque una sorpresa scoprire che dietro questo pseudonimo straniero si è celata per tanti anni l’autrice di libri alquanto diversi dal “Romance”. Un genere che mi ha dato molte soddisfazioni e mi auguro continuerà a darmene, benché non sia mia intenzione scrivere soltanto storie d’amore. È vero, negli ultimi tempi ho prodotto quasi esclusivamente questo tipo di narrativa, che sebbene sia spesso considerata “leggera” in realtà richiede lo stesso impegno di un qualsiasi romanzo storico, perché le lettrici spaccano il capello in quattro e se ti pigliano in fallo sei fregata.
Perciò non mi è rimasto spazio da dedicare ad altro, fatta eccezione per “La Croce di Bisanzio” uscito quasi tre anni fa sotto lo pseudonimo di Emma Seymour, ma non ho perso la speranza di riuscire a finire i due romanzi storici a cui lavoro durante qualche pausa. Uno parla di templari, il secondo… beh, per ora preferisco non fare anticipazioni.
Parlerò, invece, e adesso lo posso fare liberamente, del nuovo libro che uscirà a luglio col titolo: “Al Servizio della Regina”, edito da Harlequin e firmato sempre da Alexandra Forrest in copertina, ma con note biografiche rivelatrici, per così dire. Con un balzo di alcuni secoli sono passata dalla Trilogia della Regina Zenobia e dal Medioevo per approdare nell’Inghilterra dell’ottocento sotto il regno della regina Vittoria.
E poi c’è chi dice che non è possibile viaggiare nel Tempo!
Per ovvi motivi editoriali non mi è consentito anticipare alcunché riguardo la trama, però la pubblicità è più che lecita, anzi doverosa. Tanto più che ora non devo fingere che il libro l’abbia scritto un’altra. Ecco, ciò che mi infastidiva maggiormente e mi procurava anche un certo imbarazzo era proprio questo: parlare di un libro che avevo scritto io in termini elogiativi e in terza persona. Ammetto che un poco ho sorriso, nel farlo. Non sarei sincera se negassi che è stato divertente. Il lato più piacevole dello scrivere sotto pseudonimo è che nessuno si sogna di additare te se il libro non piace. In certo qual modo la finzione protegge. Chiaramente un autore non è autolesionista e persino delle sue opere meno riuscite dirà sempre bene. In fondo i libri sono come figli, per noi. Prodotti che richiedono una lunga gestazione, spesso sofferta, e ci appartengono, nel bene e nel male.
La mia decisione è stata ponderata e non sono pentita. Tuttavia non posso affermare che in futuro non userò ancora pseudonimi per firmare i miei libri, e qualora accadesse spero vi verrà il sospetto che dietro al nome, magari maschile, si nasconda Angela Pesce Fassio.
Forse il prossimo, quel Best-Seller che voglio scrivere e che mi renderà davvero famosa. Magari anche un po’ ricca, il che non guasterebbe.
Lo so che è lì, dentro di me, e devo solo riuscire a tirarlo fuori.
Presto, spero.
Ciao. Ah, non dimenticate: il libro esce il 1° luglio in tutte le edicole.
Correte a comprarlo!


Libri e segreti
15 settembre 2009


Eccomi.
Per una volta ho mantenuto la parola.
Il grigiore del cielo autunnale mette un po’ di tristezza. Minaccia pioggia e già rimpiango il sole, il caldo, l’atmosfera estiva che si respirava solo qualche giorno fa. Lo so, il brutto tempo concilia il lavoro e la concentrazione, ma vorrei tanto partire per qualche isola assolata dove l’estate non ha mai fine!
Ho finito due romanzi, durante questi mesi, e spero di riuscire a pubblicarli entrambi perché sono, a mio parere, molto intriganti. Spero anche di poterlo fare col mio nome, dato che ultimamente ho solo pubblicato sotto pseudonimi stranieri, ma la decisione dipende dall’editore. Non che mi dia fastidio. Dopo tutto sono sempre io che scrivo. Però è davvero da troppo tempo che non vedo il mio nome in copertina e che sono obbligata a fare pubblicità indiretta. Sinceramente mi sento vagamente imbarazzata a tessere le lodi di romanzi miei come se fossero opera di qualcun altro. Soprattutto per questo ho deciso di giocare a carte scoperte. Non mi è stato possibile dire, per esempio, che uno dei romanzi dell’anno scorso è stato tradotto e pubblicato in Germania. È uscito nel luglio di quest’anno e mi auguro che riscuota un buon successo.
Mi sono anche divertita, lo ammetto, a inventare i miei alter – ego e fornire loro personalità, interessi, vita privata. In certo qual modo queste autrici virtuali corrispondono, specie una, a ciò che vorrei essere davvero. Non me ne vogliano i lettori per questo sotterfugio. Mi rivolgo alla ristretta cerchia di affezionati che mi leggono sempre e che ora, magari incuriositi, vorranno comprare anche quelli con uno pseudonimo. È stata una scelta dettata dalla necessità, per distinguere la mia diversa produzione, e ritengo che seguiterò a usarli. Lo fanno tanti autori più o meno famosi e non penso che si sentano in colpa per questo!
Se vi piace quello che scrivo e come lo scrivo, continuate a leggere i miei romanzi. Dal canto mio farò di tutto per non deludervi e cercherò di dare il meglio di cui sono capace. Come tutti gli scrittori sogno che un mio libro diventi un Best-Seller. Però, finché le vendite dei miei libri continueranno a essere relativamente basse, temo che non potrò realizzarlo. C’è anche da dire che gli editori non si sprecano in pubblicità. Se il mio libro (quello tradotto in tedesco) avesse ricevuto il trattamento riservato ad altri di cui preferisco non nominare titolo e autore, sono certa che avrebbe venduto molto di più, con maggior soddisfazione mia e dello stesso editore. Purtroppo esistono due pesi e due misure e, a quanto pare, io non rientro nel novero di quei fortunati. Ma non voglio dilungarmi con le lamentele e annoiarvi. Preparatevi, invece, a scoprire che dietro a un paio di nomi stranieri si nasconde Angela Pesce (Fassio).
Ah, un’altra cosa. Se riuscirò a pubblicare a modo mio, ho deciso che userò solo il mio cognome da ragazza. Non ho mai potuto accontentare mio padre quando era vivo, spero di poterlo fare ora. Penso che ne sarà felice.
Vi lascio e mi butto a scrivere un nuovo romanzo. È di genere Horror e si intitola Moonlight.
Sì, lo so, mi conoscete soprattutto come autrice di romanzi storici, però sembra che non siano tanto apprezzati, ultimamente, e per ora ho messo da parte l’idea che mi frulla per la testa da almeno due anni, che ho iniziato a scrivere e nella quale credo molto, ma che non so quando potrò riprendere. Attendo fiduciosa il momento propizio.
Vado… I licantropi mi aspettano.
Ci sentiamo presto. Davvero.
Ciao!


Dopo un lungo silenzio…
14 settembre 2009

Sono inguaribile, lo so. Ho lasciato passare più di un anno dall’ultima volta in cui ho scritto qualcosa… A mia discolpa posso solo dire che sono successe tante cose durante questo tempo, fra cui la morte di mio padre, un avvenimento che lascia il segno anche quando non giunge inaspettato. Dopo tutto, è una parte della mia vita che se n’è andata per sempre.
Così neppure quest’anno sono andata in vacanza. E adesso siamo in autunno, o almeno ci saremo presto, e con la fine dell’estate si fanno progetti, si varano idee, ci si prepara per la nuova stagione.
Si svelano segreti, anche.
Niente paura: i miei segreti sono piccola cosa, ma forse molti si stupiranno e si domanderanno come mai abbia deciso proprio adesso di rivelarli. Ammesso che tali siano ancora, ovviamente. Forse qualche sospetto circolava da un po’ e qualcuno dirà: ecco, lo sapevo!
Però non voglio anticipare i tempi e preferisco lasciare un certo margine alla sorpresa. Prometto che scoprirete tutto non appena il sito sarà rinnovato. Vale a dire quando il mio curatore personale avrà il tempo di lavorarci.
Adesso devo andare. Sono le 19 e qualcuno reclama la cena.
Torno domani. Di sicuro.
Ciao.

Salone del Libro di Torino
15 maggio 2008

Salve!
Eccomi qui, come promesso, per raccontare la mia visita al Salone del Libro.
Ci ho passato un pomeriggio, respirando l’atmosfera unica, quella che solo un posto pieno di libri può offrire. Essendo un vero “topo di biblioteca” mi sono immersa negli stand, visitandoli praticamente tutti, anche quelli di minore importanza. Di gente ce n’era tanta e di tutte le età, ma il traffico era abbastanza scorrevole e ci si poteva avvicinare senza doversi aprire un varco a forza. Ho avuto modo di incontrare e salutare vecchi amici che non vedevo da parecchio, indugiare fra pile e pile di libri, prenderli in mano ed esaminarli. Niente è paragonabile al profumo della carta stampata! Mio marito, che non è un lettore accanito, mi ha seguita nelle mie protratte esplorazioni e non si è neppure annoiato tanto. È stata la sua prima visita al salone. In precedenza andavo con amiche appassionate come me, ma quest’anno ho voluto che vivesse pure lui questa esperienza, forse con la segreta speranza che decida di leggere qualcosa. Non so se abbia funzionato, ma è certo che ha scoperto un mondo nuovo e ha trascorso alcune ore in modo diverso.
Purtroppo non ho fatto incetta di libri come accadeva negli anni passati. A dire il vero non ho trovato niente che mi facesse venir voglia di comprare. Molti dei libri esposti li ho già, altri mi sono sembrati poco interessanti. È duro ammetterlo per una che letteralmente li divora, i libri, ma ho temuto di andare incontro a delusioni e ho preferito rinunciare. A posteriori rimpiango di non aver preso quei due o tre che mi hanno attratta, ma li troverò certamente in libreria qualora decidessi di volerli. Mi ha un po’ sorpresa l’assenza di editori stranieri, che mi aspettavo di trovare numerosi. A parte l’ospite d’onore, Israele, non ne ho visti altri. Ci sono i soliti grandi editori italiani a farla da padrone e di novità non ne ho riscontrate. Mi sono trattenuta ad ascoltare qualche relatore, ma dopo cinque minuti ero annoiata. Secondo me c’è troppa gente che ha l’abitudine di parlarsi addosso e che, in realtà, non dice niente. Dietro le frasi altisonanti c’è un vuoto pauroso. Un vuoto che troppo spesso si riflette anche nella parola scritta. Troppi libri che raccontano storie insulse e prive di contenuti. Oppure libri destinati agli adolescenti che parlano di coca-party o di cubiste giovanissime, di sesso e violenza. Come sono lontani i tempi in cui le ragazzine leggevano i “Romanzi Rosa” e i ragazzi romanzi d’avventure!
E qui concludo, forse con un pizzico di malinconia, la mia cronaca.
Scrivetemi se volete. Fatemi sentire la vostra opinione.
A presto e ciao.

Nuove scoperte librarie
9 maggio 2008

Salve a tutti!
Oggi voglio parlare di libri. Intanto perché si è aperto il Salone del Libro di Torino, e quindi l’argomento è perfettamente attinente, e poi perché vi devo assolutamente dire che ho fatto un paio di scoperte, librarie, ovviamente, per cui vale la pena spendere qualche commento.
Il salone, quest’anno, non me lo voglio perdere. È già successo l’anno scorso per impegni di vario genere, ma stavolta ho intenzione di andarci. Dopo ve ne parlerò e mi piacerebbe avere uno scambio di idee con qualcuno di voi. Magari con tanti se volete.
Nel frattempo vi voglio parlare di una scrittrice americana che forse conoscete: Alexandra Forrest. Il suo è un genere di narrativa romantica e un po’ osé che non amo particolarmente, tuttavia la sua trilogia ispirata alle vicende della regina di Palmira, Zenobia, è veramente fantastica. L’editore è Harlequin Mondadori e i libri si trovano in edicola e nella grande distribuzione. Di recente ho visitato anche il suo sito e ve lo consiglio. L’autrice, dicevo, ha ricostruito in maniera eccellente e con grande realismo la figura di questa regina, vissuta nel III secolo d.C. in Siria, nella splendida città di Palmira, e ha raccontato tutta la sua vita, a partire dall’infanzia, ripercorrendo le tappe che l’hanno portata a diventare sovrana di un regno piccolo ma potente e quindi a ribellarsi al dominio romano. La trama e l’intreccio sono avvincenti. Fedele e dettagliata la ricostruzione storica, la descrizione delle battaglie e degli intrighi di potere. I personaggi, anche quelli di minore importanza o di fantasia, riescono a trasmettere al lettore emozioni autentiche. Insomma, tre libri capaci di coinvolgere e che si leggono d’un fiato, data la scorrevolezza del linguaggio. Merito anche di chi li ha tradotti, è chiaro, ma questa autrice è davvero brava e non c’è dubbio che sa scrivere.
Sotto il segno della aquile
La croce di Bisanzio
L’altra scoperta riguarda un’autrice nuova, il cui libro è uscito da appena una settimana. Si tratta di Emma Seymour e del romanzo La Croce di Bisanzio, edito dalla Nord, una casa editrice che ultimamente va alla grande. Anche questo è un romanzo che si legge d’un fiato. Molto ben calibrato nelle sue parti, quella storica e quella attuale, ricco di personaggi e di colpi di scena, imperniato su una reliquia perduta nel Medioevo la cui ricerca, fra alterne vicende, intrighi e drammi, va avanti per secoli. La protagonista, una giovane archeologa, riuscirà a risolvere il mistero. Vi ho invogliati a correre in libreria? Spero di sì. In circolazione, oggi, di romanzi così interessanti non se ne trovano molti. Brava Emma Seymour. Mi auguro di poterla leggere ancora.
Fra i miei libri preferiti ce n’è uno che ho riletto di recente e che riesce sempre ad appassionarmi. Mi riferisco a L’ultima Legione di Valerio Massimo Manfredi, edito da Mondadori e uscito nel 2002. Ne voglio parlare perché da questo splendido romanzo hanno tratto un film. Confesso che lo aspettavo con ansia perché adoro i film storici e, dato che non ne producono tanti, quando ne esce uno non me lo perdo. Beh, questa versione cinematografica dell’Ultima Legione è stata davvero deludente. Immagino che molti di voi l’abbiano visto, almeno quelli che apprezzano Manfredi e il cinema di questo genere, e mi piacerebbe sentire la vostra opinione al riguardo. Volevo persino scrivere a Manfredi per esprimergli il mio disappunto e le mie critiche, ma non sono riuscita a trovare il suo sito. Ho visitato quello di Mondadori, ma senza risultato. Qualcuno mi può aiutare? Glielo devo proprio dire, a Manfredi, che per uno ipercritico nei confronti dei film altrui – basti ricordare le critiche rivolte al Gladiatore e a Troy – si è rivelato decisamente permissivo per ciò che concerne la trasposizione per il grande schermo del suo romanzo. Quella del film è proprio un’altra storia e può andar bene per chi non ha letto il libro. Per me, che mi ci sono appassionata, è stato molto triste assistere allo stravolgimento che ne hanno fatto! Peccato, è andata perduta un’occasione.
L'ultima legione
Locandina
Per oggi concludo qui. Ci risentiamo presto, appena avrò visitato il Salone del Libro, per raccontare le mie impressioni e parlarvi dei miei acquisti.
Ciao a tutti.

I miei libri preferiti
8 maggio 2008

Salve, Amici,
qualcuno mi ha scritto per conoscere i miei libri preferiti, così ho pensato di stilare un elenco, una specie di "Top Twenty" dei titoli che rientrano fra le letture che amo di più. Non sono che una piccola parte, ovviamente, perché dovrei riempire molte pagine per poter elencare tutte le opere di narrativa e saggistica che ho apprezzato, per non parlare della Letteratura Classica, ma credo che possano dare un’idea delle mie preferenze.

1) Il signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien
2) Il ciclo di Shannara, T. Brooks
3) L’ultima legione, V. Massimo Manfredi
4) La trilogia di Alessandro
5) L’impero dei draghi
6) Il faraone delle sabbie
7) Via col vento, Margareth Mitchell
8) Shogun, James Clavell
9) Il ciclo di Camelot, Jake White
10) Il leone d'Irlanda, Morgan Llywellyn
11) La corona del destino, Ellen Jones
12) La signora di Hay, B. Erskine
13) I pilastri della terra, Ken Follett
14) Un luogo chiamato libertà
15) L’uomo di Pietroburgo
16) Io, Alessandro, S. Pressfield
17) Le porte di fuoco
18) Il ciclo di Star Wars
19) Le mura di Atene, P. Vandenberg
20) Il ciclo templare, Jan Guillou

Ovviamente, questo elenco potrà essere aggiornato con le nuove letture e mi riservo di farlo appena possibile.
A presto!

Benvenuti nel mio blog!
28 aprile 2008

Salve, credevate che mi fossi rifugiata in ritiro spirituale in qualche sperduto monastero sulle montagne del Tibet? Oppure che fossi migrata a Bora Bora?
Niente di tutto ciò.
Credo di sapere che cosa state pensando: ma allora, cosa cavolo stavi combinando?
Beh, lo potete vedere coi vostri occhi. Il sito è stato rinnovato, reso più dinamico e adatto alle nuove esigenze. Su queste pagine avremo modo di comunicare e di scambiarci idee. So che quelli di voi che mi seguono attendono l’annuncio dell’uscita di un mio nuovo libro, ma per ora non è previsto. Potrete leggermi, però, dato che ho intenzione di inserire proprio qui almeno qualche racconto, forse anche dei capitoli di romanzi e molte altre cose ancora. La pausa è stata lunga, ma fruttuosa. Purtroppo alcuni progetti non sono andati a buon fine, ma ne ho altri in cantiere. Non sono rimasta in ozio, vi assicuro.
Per esempio ho letto molto. Ho ampliato la sfera delle mie ricerche storiche e ho anche dipinto. Eh, sì, la pittura è la mia seconda grande passione.
Attualmente sto scrivendo un thriller per realizzare il mio vecchio sogno. Non ho intenzione di interrompere la mia produzione di romanzi storici. La Storia continua a essere al vertice dei miei interessi, ma bisogna anche rinnovarsi e diversificare la propria attività. Ho in progetto di scrivere un thriller storico, appena finito questo, e potrei persino anticiparvi qualcosa… Non adesso, ovviamente.
Non voglio tirarla troppo per le lunghe. Avremo tempo e modo di colmare il vuoto di questi tre anni e mi auguro che vorrete farmi compagnia.
Ci conto e spero che sarete numerosi.
A presto!

www.angelapescefassio.it